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Molte DMO dicono di essere orientate al mercato. Ma se continui a promuovere ciò che hai invece di ciò che i turisti cercano, non sei market-oriented: sei in modalità vetrina.

Per un’organizzazione di promozione turistica, essere market-oriented non è un’etichetta elegante: è un cambio radicale di prospettiva. Significa smettere di raccontare quello che abbiamo e partire invece da ciò che cercano davvero i turisti e da come prendono le loro decisioni. Essere market-oriented significa, in fondo, questo: un po’ meno innamorati del proprio territorio, un po’ più appassionati a capire chi sono davvero i turisti e come scelgono. Perché non è l’autenticità di ciò che si offre a fare la differenza, ma la capacità di renderla rilevante, accessibile e memorabile per chi viaggia.
Il punto di partenza non è la creatività, non è l’evento da organizzare, non è la fiera da mettere a calendario. Il punto di partenza è la diagnosi: capire la domanda, leggere i dati, osservare i concorrenti, individuare ostacoli e opportunità. Senza questa base, ogni attività promozionale è solo un tentativo alla cieca.
Essere orientati al mercato non significa inseguire ogni desiderio dei turisti o accontentare tutti gli operatori locali. Vuol dire fare scelte. Scegliere i mercati giusti, quelli dove ci sono margini di crescita. Scegliere i canali che contano, cioè quelli dove il turista compra davvero. Scegliere di investire in ciò che costruisce visibilità, accessibilità e reperibilità della destinazione.

Prendiamo le fiere: partecipare a dieci eventi senza sapere cosa hanno prodotto è pura dispersione. Meglio sceglierne due, ma farle bene. Con obiettivi chiari, dati di ritorno misurabili e una strategia di follow-up costruita sui comportamenti reali dei buyer.

Vuoi capire se una DMO è davvero orientata al mercato? Ecco i segnali concreti:

  • le metriche vanno oltre arrivi e presenze e misurano quote di mercato nei bacini target, in confronto con i concorrenti;
  • una parte significativa del budget è destinata alla marketing intelligence, non solo all’acquisto dati ma anche a trasformarli in insight utili e condivisi con gli stakeholder;
  • le decisioni sul marketing mix derivano da informazioni reali su dove, quando e come si prenota, non da riunioni interne;
  • il successo si misura sulla crescita degli asset di mercato della destinazione: salience (venire in mente nei momenti di scelta), accessibilità nei canali, attrattività percepita.

Il primo ostacolo da superare è dentro le organizzazioni: la convinzione di “sapere già” cosa vogliono i turisti. Non lo sappiamo. Una volta che siamo dentro la macchina turistica, perdiamo la prospettiva del cliente. Per questo serve umiltà, dati e metodo.

Essere market-oriented, nel turismo, significa questo: guardare fuori, non dentro. Non contare le attività svolte, ma costruire competitività. Non riempire caselle nei report, ma incidere sui mercati.

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