Molte DMO dicono di essere orientate al mercato. Ma se continui a promuovere ciò che hai invece di ciò che i turisti cercano, non sei market-oriented: sei in modalità vetrina.
Prendiamo le fiere: partecipare a dieci eventi senza sapere cosa hanno prodotto è pura dispersione. Meglio sceglierne due, ma farle bene. Con obiettivi chiari, dati di ritorno misurabili e una strategia di follow-up costruita sui comportamenti reali dei buyer.
Vuoi capire se una DMO è davvero orientata al mercato? Ecco i segnali concreti:
- le metriche vanno oltre arrivi e presenze e misurano quote di mercato nei bacini target, in confronto con i concorrenti;
- una parte significativa del budget è destinata alla marketing intelligence, non solo all’acquisto dati ma anche a trasformarli in insight utili e condivisi con gli stakeholder;
- le decisioni sul marketing mix derivano da informazioni reali su dove, quando e come si prenota, non da riunioni interne;
- il successo si misura sulla crescita degli asset di mercato della destinazione: salience (venire in mente nei momenti di scelta), accessibilità nei canali, attrattività percepita.
Il primo ostacolo da superare è dentro le organizzazioni: la convinzione di “sapere già” cosa vogliono i turisti. Non lo sappiamo. Una volta che siamo dentro la macchina turistica, perdiamo la prospettiva del cliente. Per questo serve umiltà, dati e metodo.
Essere market-oriented, nel turismo, significa questo: guardare fuori, non dentro. Non contare le attività svolte, ma costruire competitività. Non riempire caselle nei report, ma incidere sui mercati.




